un luogo d'altri tempi

Convento

IL CONVENTO FRANCESCANO DI S. ANTONIO IN CLES

Frati minori arrivarono e si stanziarono nel Trentino ancora durante la vita di S. Francesco d’Assisi (nel 1217 e 1221), diffondendo subito tra la gente il messaggio di “pace e bene”, e dando esempio di vita evangelica.

Nonostante non vi fossero loro conventi, i seguaci di S. Francesco furono subito attivi in Val di Non dal XIV secolo, fino a far nascere nella gente il desiderio di avere una comunità francescana stabile in qualche centro abitato della Valle.

Ma malgrado numerosi tentativi delle autorità di promuovere l’insediamento del clero regolare (Cappuccini italiani e tirolesi, Francescani Riformati di Venezia), non si approdò a nulla.

Il nobile Odorico barone Firmian, il 4.8.1628, firmò addirittura un documento notarile in cui si impegnava a fornire terreno, denaro, frumento, vino e altro, anno dopo anno, purché i Frati cominciassero a costruire un convento “nel Borgo o pertinenze di Cles”.

Fu però la peste ad affrettare le cose. Scoppiata l’anno prima, arrivò fortissima a Trento nel 1630, diffondendosi subito a macchia d’olio anche nelle valli.

Con le sue prime vittime a Caltron, una frazioncina a nord di Cles, la popolazione fece voto di costruire un convento per i francescani se fosse stata preservata da quel flagello.

Dal momento che a Cles non ci fu nessuna vittima, si dette seguito al voto con un atto pubblico del 12.6.1631.

Le ampie garanzie di ordine economico fornite in questo documento, convinsero i dubbiosi Riformati di Venezia. Il 24.8.1637 (domenica) fu benedetta solennemente la prima pietra della chiesa e del convento dal principe vescovo di Trento Carlo Emmanuele Madruzzo. Davanti a un grandissimo numero di fedeli accorsi da ogni paese, fu celebrata la messa all’aperto: per la circostanza venne usato un calice d’argento dorato “con fiorami di buona natura”, donato dal barone Sigismondo Ferdinando da Cles.

Cinque Frati si fermarono subito a Cles: dimoravano nel Palazzo Assessorile e pregavano nella chiesa parrocchiale.

Il convento e la chiesa sorsero “all’ingresso occidentale del borgo, nel colomelo detto di Spinaceda”. Vennero in parte acquistati e in parte donati i terreni necessari alla fabbrica, come si desume dai documenti del tempo. Alcuni tra i benefattori si ricordano: Bonifacio Trepin, Michele Chellaro, Lorenzo Torresano, Cristoforo Campo, Antonio Bertolas, Vigilio Scalf, Giacomo Moro, Marcantonio Michei, … Il sostegno venne anche dalle classi più agiate: gli aristocratici: Gian Giorgio Firmian, Giovanni Arbogasto Thunn di Caldes, e Francesco Zabonetto da Denno.

Alla costruzione del convento e della chiesa presero parte soprattutto i frati, guidati da fra Filippo Gobbi dalla val di Gresta “architetto”, e da fra Benvenuto “muratore, falegname e taglia pietra”.

L’ingresso ufficiale e solenne dei Frati (nove) nella nuova costruzione fu possibile solo dopo quattro anni, il 4 ottobre 1635, festa di S. Francesco. Ma i lavori continuarono lentamente anche dopo. Solo nel 1639 si cominciò a conservare il Santissimo Sacramento nella chiesa; nel 1641 si diede inizio alle funzioni solenni e alla celebrazione corale della liturgia delle ore.

Il 22 agosto 1649, il vescovo Jesse Perchoffer, suffraganeo di Bressanone, consacrò la chiesa, con i tre altari, il maggiore in onore di S. Antonio di Padova. Come giorno ricordo della consacrazione venne scelto il 30 agosto. Nel 1652 si concluse la costruzione del campanile.

All’esterno della clausura, davanti alla chiesa, venne allestito e benedetto un piccolo camposanto, rimasto in uso fino all’arrivo delle riforme illuministiche di igiene e salute pubblica (inizio XIX secolo).

Il convento, molto sobrio in origine, ben presto fu ampliato con l’aggiunta di un secondo chiostro (cortiletto interno), sicuramente con l’intenzione di portare qui qualche corso di studenti o di novizi. Fu costruito secondo lo spirito di povertà dei frati Riformati, senza ricercatezze e senza l’uso di materiali pregiati.

Benché rimaneggiati nel corso dei secoli, i locali interni del convento sono poco ampi ed essenziali; alcune stanze conservano ancora la doppia finestra, una normale sufficientemente ampia, e un’altra piccolissima per uso invernale. Il secondo piano è stato aggiunto solo nel 1901. Recenti lavori hanno cambiato pavimentazione ai due chiostri sostituendo le vecchie pietre (poste nel 1720-1730) con “marmo” di Trento (1996).

Nel tempo, il convento divenne anche casa di noviziato, cioè luogo dove venivano iniziati alla vita religiosa e allo spirito francescano coloro che si sentivano chiamati da Dio.

Durante la soppressione napoleonica (1810-1815) i Frati furono costretti a lasciare il convento, e tutto fu messo in vendita a favore del Demanio compresi i mobili e gli oggetti della chiesa. Ma per un certo rispetto da parte delle autorità locali, i religiosi poterono fermarsi qualche mese in più rispetto a quanto stabilito, e la chiesa rimase aperta e officiata da un frate che viveva in paese, malgrado il parere contrario espresso dalle autorità centrali.

Vennero posti in convento gli uffici della Finanza, e il primo chiostro fu adibito a fabbrica di scodelle di terracotta. Il Comune di Cles voleva comperare tutto il fabbricato per farne ospedale, scuola e municipio, ma non arrivò ad accordarsi sul prezzo col regno italico. Cinque anni più tardi, un decreto dell’imperatore Francesco II riconsegnava il convento ai frati.

Il convento venne impiegato poi come studentato di teologia per i giovani che aspiravano al sacerdozio e vi vennero insegnate dogmatica, morale, filosofia, sacra eloquenza e pastorale. Durante l’ultima guerra furono alloggiati qui anche i seminaristi francescani che avevano dovuto abbandonare il collegio di Villazzano a causa dei bombardamenti. Il convento fu sempre ricercato quale luogo di pace e di meditazione per sacerdoti, e atteso riposo estivo per frati.

Per il resto, il convento coi suoi frati condivise in tutto e per tutto le sorti tristi e liete della gente del luogo. A tutti diede aiuto, non solo spirituale e morale, ma anche materiale. Al riguardo la cronaca registra fatti quasi miracolosi, dove la dedizione dei Frati fu provvidenziale per il paese e per questo riconosciuta dalle autorità anche con interventi ufficiali.

Il convento visse anche le vicende belliche e fu anche forzato alloggio di militari: vi furono alloggiati i soldati austriaci, poi gli italiani (prima guerra mondiale), i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale; e perfino gli alpini dell’Orobica.

Fatto curioso nella storia del convento e del paese di Cles è quello che riguarda i maestri elementari. Quando la borgata, per obbedire alle leggi (1774) dell’Imperatrice Maria Teresa, volle creare la scuola elementare obbligatoria per tutti. Grazie all’intervento del Vescovo, il Comune nel 1789 ottenne che il convento destinasse due frati come maestri. La cosa fu così utile e poco costosa al paese, che quando i frati trent’anni più tardi volevano liberarsi da tale incombenza, i paesani e le autorità ricorsero al vescovo e perfino al tribunale (Imperiale Regio Giudizio Distrettuale) per costringerli a continuare il loro servizio. L’ultimo maestro frate di Cles smise di insegnare comunque nel 1828.

Dal 1984 la massima parte della struttura conventuale è destinata dai Frati alle necessità dei “nuovi poveri”, cioè di quelle persone che più di altri vivono una situazione di disagio personale, familiare o sociale. Vive qui una piccola Comunità residenziale composta soprattutto da persone con problemi relativi all’alcol, alla droga, all’emarginazione. In preparazione e in attesa di un rientro in salute nel proprio ambiente, nel convento – anche ora che i frati non vi risiedono stabilmente – viene proposta a questi ospiti una intensa esperienza di vita comune, che trova un suo concreto momento di aiuto anche nella coltivazione e vendita di fiori e piante.

 

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